2 aprile 2006: Una bilancio della Destra italiana

Rileggendo l’insieme degli articoli pubblicati in questa collettanea, mi sono reso conto di alcuni aspetti che forse necessitano di una giustificazione. Il primo è il ricorrere di alcune tematiche in una sorta di incrocio di tormentoni che potrebbero apparire come delle ripetizioni, ma rappresentano invece, purtroppo, il riaffriorare in epoche diverse delle medesime irrisolte problematiche. Una è quella che riguarda appunto il rapporto tra la destra culturale e la destra politica, problematica riproposta da Ernesto galli della Loggia sul Corriere della sera del 19 luglio del corrente anno. Galli della Loggia ribadisce, come molti, che la Destra non consolida il proprio consenso perché non è stata capace di dotarsi di un complesso di valori comuni e non è stata capace di tradurli in slogan e veicolarli in modo efficace e permanente agli elettori. è questa una analisi che si ritrova nei nostri scritti sin dagli albori, seppure i valori fondamentali della destra proposti da Galli della Loggia siano molto diversi dai nostri. Il politologo liberale, infatti, ritiene che i valori da “collettivizzare” siano la meritocrazia, la competizione, l’efficienza ed il rischio, virtù che noi rinveniamo nella “buona amministrazione” ma che non crediamo possano essere il collante di una comunità nazionale. Il senso di appartenenza identitaria, su cui si fondano sia la solidarietà sociale, sia la difesa dell’interesse nazionale, ci appare un comun denominatore certamente più solido, duraturo e comprensibile per costruire una Destra che, almeno nel consenso, voglia essere popolare e non elitista.

A questa ricerca dell’identità comune della Casa delle libertà è collegato un altro tormentone, e cioè la riflessione più volte riproposta dei rapporti con gli “alleati” del centrodestra. Quanto il problema sia irrisolto è stato evidenziato dall’ennesima crisi e richesta di verifica successiva alle lezioni europee del 2004.

Ho notato anche una certa ripetitività nelle citazioni e nei riferimenti bibliografici; voglio rassicurare il lettore che questo non è dovuto al fatto che ho letto solo due libri.

Quando affronto il problema della giustizia, ad esempio, sono solito rammentare una massima di Dante Alighieri secondo il quale: “La giustizia è come il colore bianco: o è assoluto o non è”. Questo è dovuto al fatto che non ho mai trovato una citazione che meglio esprima la mia visione della giustizia, che altra cosa è rispetto alla legge ed al diritto, prodotti questi dell’uomo e quindi ragionevolmente relativi.

Parlo anche spesso di globalizzazione, e questo è ovvio, come anche sostengo a più riprese che la Destra ha mancato di capacità strategica e di analisi non rendendosi conto che questo sarebbe stato l’argomento cardine del dibattito dell’inizio del nuovo millennio.

Nel farlo cito spesso due analisti americani – Francis Fukuyama e Samuel Huntington – ed i loro testi a riguardo. Questo è perché, come sottolinea Giacomo Marramao in un libro in cui ho trovato conferma di moltissime delle mie analisi (Passaggio a Occidente, filosofia e globalizzazione), i due autori hanno fissato le due opposte visioni dell’era globale che hanno posto le basi del dibattito: il primo immaginandola come “una omologazione universale sotto il dominio della Tecnica e del Mercato” ed il secondo come uno “scontro di civiltà”. Io condivido con Marramao l’opinione che possa esistere invece una “natura multiversale del processo di civilizzazione e la pluralità delle possibili vie alla modernità”.

Confesso di aver letto il libro di Marramao, pubblicato nel 2003, solo una settimana fa. Se l’avessi letto prima, forse alcune delle mie considerazioni sarebbero state maggiormente corroborate da elementi filosofici, ma non credo che il mio lavoro sia dare spessore accademico a delle riflessioni politiche, penso che sia meglio dire le cose come mi vengono cosicché vengano anche comprese dal maggior numero di persone. Sono sicuro che se uno veramente crede in quello che dice è in grado di farlo capire anche ad un ragazzino di dodici anni, con buona pace degli “scienziati della politica”, per i quali – ed è un altro tormentone di questo libro – non nutro particolare ammirazione.

Infine un’assunzione di responsabilità: il titolo – forse poco esplicito e un po’ goliardico – è colpa mia e non dell’editore. Sono un pessimo giocatore di calcio e da ragazzino giocavo sempre in difesa, perché tutti volevano stare avanti e fare goal, raccogliendo così plausi e gloria. Indietro non ci voleva stare nessuno, così ci stavo io. Anche in politica funziona alla stessa maniera. A stare sempre in area di rigore si evitano però goal degli avversari e spesso autogoal. Qualche volta si esagera e allora si diventa la causa dei rigori avversari e alla fine della stagione tutti si ricordano gli errori che hai fatto e nessuno si ricorda quante reti hai evitato. Ma il terzino tiene la testa bassa e mantiene il posto con tigna e “rigore”. Non entrerà mai in “classifica cannonieri”; ma il terzino, fondamentalmente, tira dritto e se ne frega.