2 aprile 2013: l’importante è vincere, ma anche partecipare.

Al momento di andare in stampa, le liste elettorali delle prossime regionali non sono ancora definite. La telenovela dei radicali non si è ancora conclusa. Il fatto ultimo è che non li vogliono neanche nel centrosinistra. Francamente spero che vadano alle elezioni con liste proprie, così vedremo quanto pesano sul serio: se sono un reperto muffito del post-sessantottismo o ancora rappresentano un segmento della popolazione.

Un’altra verifica importante sarà quella dei numeri di Alternativa sociale. Sia Berlusconi che un certo cretinismo diffuso negli “ambienti che contano” di Alleanza nazionale, hanno fatto di tutto perché questi numeri crescessero. Alcuni testimonial blasonati di An sono addirittura felici che si affermi un soggetto politico alla propria destra, convinti che questo legittimi il proprio ignavismo centrista. L’elemento che viene continuamente sottolineato è che tutti questi neo-missini non sono mai stati missini in precedenza, il che fa un po’ sorridere. Quello che invece fa piangere è che le persone politicamente valide che ci sono in quella formazione, abbiano accettato di rimpicciolire le proprie istanze, limitando la propria affermazione programmatica al cabarettistico anatema “badogliani, badogliani”, ripetuto come una giaculatoria da vecchie paesane.

Poi c’è la novità della Lista Storace, unica sopravvissuta delle ventilate “liste dei governatori”. La lista del Presidente, oltre a permettere di raccogliere consensi che non siano già intruppati nei poli, ha aperto spazi di rappresentanza a realtà – alcune delle quali ritengo risulteranno effimere – che non trovavano respiro nei partiti. I partiti, che avrebbero il compito istituzionale di selezionare i “migliori” candidati alla gestione della Cosa pubblica e che invece agiscono troppo spesso come “calmiere” delle legittime spinte di rinnovamento delle classi dirigenti.

Questo è un problema serio, che in Alleanza nazionale ha ormai raggiunto il livello di sicurezza.

In un sistema democratico, l’unico meccanismo di accesso alla politica attiva è la candidatura: chi detiene – e non vuole perdere – il monopolio del potere, basta che gestisca con astuzia la discrezionalità di selezione dei candidati. Si tratta di un totalitarismo sottile, più satrapìa che dittatura, poco eclatante ma estremamente efficace.

Veneziani affermava che, in un regime di monopolio culturale, non è più necessario bruciare i libri, basta impedire che vengano pubblicati. Con gli uomini vale lo stesso principio: basta non farli candidare.

Periodicamente, però, questa strozzatura provoca disastri. La democrazia consiglia l’addizione aritmetica ed ogni esclusione di potenziali rappresentanti riduce il numero degli aspiranti rappresentati, che finiscono per essere costretti a dare vita a nuove liste, nel semplice e legittimo tentativo di mettersi in gioco.

La lista Storace ha avuto, in questo senso, una valenza non solo tattica ma anche di principio. Peccato che, per ovvi motivi, l’inserimento in lista sia stato incompatibile con l’appartenenza allo stesso partito del Presidente, cosicché questo momento di allargamento delle maglie della democrazia è stato, per l’ennesima volta, negato proprio a quelli che più avrebbero avuto da dare alla battaglia elettorale.

Una battaglia importante, che la Casa delle libertà gioca in difesa, ma che può avere anche esiti delicati. La vittoria di Storace alle precedenti regionali portò alla caduta del governo D’Alema. Il governo Berlusconi è sufficientemente forte da essere in grado di sopravvivere ad un risultato insoddisfacente; ma per la Destra, perdere anche una sola delle due presidenze di Regione ottenute nella precedente tornata, sarebbe un cattivo segnale. Alleanza nazionale schiera altri due candidati alla presidenza regionale: Giovanni Pace in Abruzzo, uscente, e Italo Bocchino in Campania. Le possibilità di Pace di essere riconfermato sono buone, mentre per Bocchino si prospetta una dura lotta, i cui esiti, però, non sono affatto scontati.

La loro vittoria dipenderà molto dalla composizione delle liste e cioè dalla serenità con la quale i partiti – o meglio, i loro leader locali – sapranno scegliere i candidati da proporre agli elettori.

I risultati di queste elezioni, determineranno probabilmente anche la distribuzione dei collegi alle prossime politiche, che saranno a tutti gli effetti, in caso di vittoria della Cdl, l’inizio della seconda e più concreta fase del governo della Destra.

Se nel prossimo Parlamento ci ritroveremo con due o tre galantuomini in più e con due o tre mascalzoni in meno, dipenderà anche da come indirizzeremo il nostro impegno in questa campagna di Primavera. E ovviamente dalla capacità che avremo di trovare una soluzione a questo sistema di feudalizzazione delle candidature che fin’ora ha fatto solo danni.

Non so se le primarie siano una soluzione; sono consapevole che possono essere facilmente truccate e pilotate – fin’ora lo hanno fatto tutti – e i signori delle tessere potranno sempre continuare ad esercitare il loro “caligolismo”, gettando il loro mantello di porpora su questo o quel cavallo di cartone, anche solo per dimostrare quanto siano potenti. Ma qualcosa va fatto, perché la pazienza ha raggiunto il limite.

Io, intanto, voto Storace. E voi fate ciò che dovete… perché comunque i Proci non devono tornare.